Mamma li italiani!
December 27, 2011 in Luna storta, Sempre meglio che lavorare
Giuseppe Mancini è un entusiasta, appassionato e tendenzialmente preparato blogger che scrive, collaborando anche per alcune testate, dalla Turchia e sulla Turchia. A leggerlo, lo si direbbe più giovane di quello che è, in particolare per l’impeto con cui guida la sua crociata contro Marta Ottaviani, ma anche per il narcisismo con il quale ama indugiare sui dettagli dotti, salendo in cattedra con l’autocompiacimento di un ex studente fresco di dottorato.
Marta Ottaviani (devo proprio presentarla?) è una giornalista che scrive su diverse testate nazionali e alcune internazionali, è chiamata spesso a intervenire in radio e in televisione, ha pubblicato due libri e tiene sul sito della Stampa un blog sulla Turchia che – come è giusto che sia un blog – è più personale che strettamente giornalistico. Marta è più giovane di Giuseppe Mancini, ma saranno i poster, le spalle, la voce, che potrebbe essere sua zia. E questo lo dico con grande rispetto e ammirazione. Perché penso di potermi vantare di esserle amica. Quanto meno, fino a un attimo prima del momento in cui avrà finito di leggere questo post.
La verità è che non mi piace prendere le difese di qualcuno che è perfettamente in grado di difendersi da solo, in genere mi sembra un’interferenza inutile quando non dannosa. È per questo che finora non ero intervenuta nella disputa, che poi è in realtà una “monosputa”, cioè una disputa a senso unico – almeno a quanto ne so io – dal momento che a sputare, qui, c’è solo Giuseppe. Per ragioni di personal branding, come si usa dire ora, sono convinta che al giorno d’oggi sia meglio controbattere ad accuse che altrimenti finiscono per minare la propria reputazione, ma capisco che ci possono essere mille e una ragione per cui Marta non ha mai voluto farlo, e quindi rispetto la sua scelta, e anche per questo ho sempre preferito stare fuori dalla diatriba. De sputibus non est disgustandum.
La verità è, dunque, dicevo. Giusto, la verità. Questa sconosciuta. La verità, diceva Oscar Wilde, è raramente pura e mai semplice. A volte – questo lo dico io, e se vi piace, chiamatemi Oscar – è contaminata da imprecisioni, da impurità difficilmente identificabili, se non la si conosce per quella che è. E purtroppo devo dire, con tutto il rispetto che pure ho per Giuseppe, che in questo post, a cui sto ora rispondendo, la verità è parecchio inquinata.
Lasciatemi spezzare una lancia anche in favore di Giuseppe (ché magari, se è già spezzata, Marta non me la ri-spezzerà sulla schiena): è vero, non mi piacciono i suoi attacchi a 360° alla mia amica. Non tanto per gli attacchi in sé: il diritto di critica è più che legittimo, per carità. E anche il voler fare polemica a ogni costo, in fondo, lo capisco benissimo. Oh, se lo capisco. Oh. Il problema è che, per il modo in cui lo fa, lo trovo poco elegante, rozzo, scontato, privo di stile. E questo, dal mio punto di vista di esteta fondamentalmente dannunziana, è il vero crimine.
Detto questo (e qui arriva la lancia), per il poco che lo conosco, Giuseppe non mi sembra una cattiva persona. Un po’ esuberante, certo. Ma non credo particolarmente manipolatore, o calcolatore. Non penso, insomma, che faccia polemica solo perché polemizzare paga, per farsi un nome a scapito di una collega (più giovane ma professionalmente) più anziana. Penso che ci creda davvero alle cose che scrive. E, soprattutto, che si diverta a scriverle.
Ed è quindi per questo che non intendo attaccarlo. Però, davvero, a leggere certe cose, oggi, mi è un po’ caduta la mascella. E siccome stavo in autobus, con borse della spesa e sacchetti vari, raccoglierla è stato acrobatico. Ho rischiato di obliterare i cordon bleu. E vi assicuro che con un cordon bleu obliterato vincete magari la gara delle allitterazioni più avventurose, ma la cena poi vi viene malissimo.
Insomma, la mia fibra di giornalista non ha retto. Si, avevo già letto in passato due o tre di questi post, ma dovevo essere finita su un paio che dovevano rientrare per l’appunto banalmente nel diritto di critica, antipatici ma difficilmente contestabili. Ma stavolta me li sono trovati tutti insieme sotto gli occhi. E leggere certe cose sapendo che la realtà è ben diversa mi fa ribollire. E allora intervengo. Non tanto per Marta, che potrebbe non apprezzare il fatto che io intervenga, ma per amore di una verità, che per quanto impura e complessa possa essere, è ben diversa dal riflesso deformante che – volente o nolente – ne fa Giuseppe.
Sono costretta ad affrontare un argomento per volta, quindi mettetevi comodi, fatevi un tè, oppure leggete il post in metropolitana se non avete niente di meglio da fare tra Famagosta e Gessate.
Scrive dunque Giuseppe nel post Scuole greche di Istanbul:
Una giornalista italiana che scrive di Turchia ha recentemente parlato sul suo blog dell’imminente chiusura – per mancanza di studenti – di tre scuole greche di Istanbul. E ha così commentato: “mi sembra un triste sintomo dei tempi che cambiano”. Beh, no. Nel senso che la collega evidentemente non dispone di buone fonti o letture: perché in realtà i tempi sono cambiati da un pezzo, già da qualche decennio. Infatti, i rum (greci – ortodossi e grecofoni – della Turchia ottomana) che a centinaia di migliaia vivevano nella capitale imperiale, pur essendo scampati allo scambio delle popolazioni del 1923, hanno visto il loro numero diminuire – rapidamente e drasticamente – immediatamente dopo il pogrom della notte tra il 6-7 settembre 1955 e le espulsioni del 1964 (ad accendere la miccia, in entrambi i casi la questione cipriota). Oggi ne rimangono circa tremila.
Ora, questa è pura interpretazione. Non vedo in che modo i fatti storici collidano con la sensazione che i tempi stiano cambiando. Se fino a ieri una scuola era aperta, e oggi è chiusa, evidentemente qualcosa è cambiato. Così come è innegabile che “una comunità che una volta contava centinaia di migliaia di persone (…) oggi sta diventando sempre più esigua”. Che ci sia stata una drastica riduzione della popolazione in passato, non cambia certo questo dato di fatto. Puoi essere o non essere d’accordo sulla “sensazione” che qualcosa stia cambiando, ma confondere soggettività e incompetenza mi pare… come dire? da incompetenti, ecco.
Passiamo ora al post successivo, Mille e una Turchia, che andrebbe smembrato frase per frase, tanto rigurgita di pregiudizi su una persona – e una giornalista – di cui evidentemente l’autore non sa, francamente, un granché. Facciamo allora che, invece di quotare lui, cito un paio di passi dal primo libro di Marta, Cose da turchi, che consiglio a tutti caldamente di leggere. Ammesso che sia ancora reperibile.
Su Ergenekon:
Obbiettivo dell’ultima fase di Ergenekon era quello di far cadere il governo Erdogan, contro il quale, secondo alcuni giornalisti, nel 2004 erano in preparazione due colpi di Stato. (…) i media appartenenti alla parte laica dello Stato (…) hanno accusato il governo di aver usato Ergenekon e gli arresti anche per screditare l’esercito o persone che non hanno nulla a che vedere con essa. Per molti, però, l’inizio del processo contro l’organizzazione ha rappresentato una nuova pagina nella storia della Repubblica, dove questa sorta di strategia della tensione, che ha terrorizzato il Paese a intervalli regolari, sia solo un ricordo. Tutto sta a vedere se l’oscura stagione di Ergenekon sia realmente finita o se qualche membro sia ancora a piede libero, pronto a minare la quiete interna dello Stato.
E più in là, su Erdogan:
Chi pensa che il premier Recep Tayyip Erdogan abbia condotto la sua azione politica all’insegna dell’intolleranza commette un errore enorme. È esattamente il contrario. La riprova di questo è che alle ultime elezioni, le persone che praticano un credo diverso hanno votato proprio per lui e per il suo Akp, il partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo (…) che è stato il più grande fenomeno politico in Turchia, almeno dal 1980 in poi. Sembra un paradosso e una delle tante contraddizioni insite in questo Paese, invece ha una sua logica. Le minoranze religiose preferiscono fidarsi di un esecutivo di matrice islamico-moderata perché le altre due alternative in sede di voto sono impraticabili (…). (…) molti hanno votato il premier anche per difendere i loro interessi imprenditoriali, perché, oggettivamente, l’esecutivo targato Akp ha compiuto passi importanti per la modernizzazione economica del paese. In cambio, però, dietro a questa immagine di benessere, Erdogan è accusato di operare una rivoluzione culturale che ha restituito un significato politico ben preciso alla fede islamica. Nel modo più furbo possibile.
(…) Le frange ultra nazionaliste, e probabilmente anche Ergenekon, da anni sono attive nella persecuzione e a tratti anche nell’eliminazione di esponenti di ogni altra comunità di fedeli. Quindi a questo messaggio negativo, Erdogan propone un nuovo modo, più intenso, di riscoprirsi musulmani, guadagnandosi nel contempo la fama di premier che favorisce l’incontro fra culture diverse.
È chiaramente una “posizione politica marcatamente basata sulla malsana demonizzazione dell’avversario”… Quella di Giuseppe, voglio dire. Ah, dimenticavo, a proposito dell’Islam, c’è anche questo brano, il mio preferito di tutto il libro, insieme a quello sulla depilazione della bernarda:
Pensai che Ezurum fosse il posto più indicato per fare una cosa che ritenevo necessaria per capire questa parte del paese: mettere il velo. (…) Non lo misi su in maniera precisa. Avevo puntato male gli spilli e il risultato era una testa molto meno aggraziata rispetto a quella delle altre. Ma i capelli non si vedevano e questo era l’obiettivo più importante. Andai in giro così per tre giorni. (…) Feci la ragazza con il türban alla perfezione. Camminavo spedita come tutte le altre fanciulle di Erzurum, davo poca confidenza, soprattutto agli uomini, e con i miei lineamenti vagamente mediorientali sembravo turca al 100%. Mi scoprivo il capo solo quando entravo in camera. Quando arrivai in aeroporto, poi, decisi di farlo definitivamente. In quel momento ho capito tutto. Uscita dalla toilette senza türban, mi accorsi che alcune persone nella sala d’aspetto mi guardavano con aria visibilmente meravigliata e avevano notato subito la differenza. Fu una frazione di secondo. Mi tornarono in mente le compagne del mio college.
Se questa è “un’islamofobia intellettuale, sofisticata, snob e non di pancia”, io sono la peggiore dei razzisti. Di pancia. Di cistifellea, per la precisione. Perché confesso che non avrei mai la forza di mettermi il velo. Con la mia faccia da curda, poi, scherziamo?
Ora, io vorrei continuare e smontare anche gli altri post, ma mi sembra che in fondo le accuse che Giuseppe muove a Marta ruotino sempre un po’ tutte intorno a questi argomenti di cui ho appena dimostrato la totale infondatezza.
Perché allora Marta dovrebbe mai essere infastidita da questo mio post, in cui fondamentalmente prendo le sue difese? Be’, per le ragioni più varie. Innanzi tutto, potrebbe non avere nessuna voglia di vedere amplificate, a rischio di renderle frattali, le accuse che le sono mosse, per quanto io qui le smonti. In secondo luogo, potrebbe configurarsi la violazione del diritto d’autore, anche se onestamente penso che queste citazioni non siano tante e tali da andare oltre il normale diritto di cronaca – o di citazione, per l’appunto. Terzo, adesso arriva il bello.
Perché c’è, effettivamente, un campo in cui Marta sembra come avere un blocco, ed è la questione curda. Appena ne parla, diventa imprecisa (su questo ha ragione, ahimè, Giuseppe: “membri del KCK, uno dei rami del Pkk” è un errore grave, e non è il solo che abbia fatto), emotiva, il suo stesso blog diventa autoritario o balbuziente, a seconda dei casi. Nello stesso libro che ho citato finora, scrive, a proposito del conflitto fra Pkk e forze turche che va avanti dal 1984:
Attacchi armati contro i ribelli, incursioni aeree in territorio nord iracheno sono all’ordine del giorno. Il Pkk risponde con attacchi di vario tipo, a volte contro l’esercito, altre in abitati civili. Le vittime, soprattutto fra i soldati turchi, si contano a decine. Oggi sfiorano le 40 mila unità.
Ora, questo passo, a mio vedere, è quanto meno ambiguo. Sembrerebbe quasi che le 40 mila unità siano i soldati turchi, o che i soldati turchi rappresentino la maggior parte delle vittime. Il che non è vero, e sarebbe bene sottolinearlo. Come ricorda Chris Morris in The New Turkey,
Secondo cifre turche ufficiali, il Pkk ha ucciso 5.314 membri delle forze di sicurezza e 4.630 civili fra il 1984 e la fine del 1998. Si stima che il bilancio complessivo dei morti nello stesso periodo si situi fra le 30 e le 40 mila vittime. La maggior parte erano curdi poveri residenti nei villaggi che si erano uniti al Pkk e avevano scelto di combattere, o curdi poveri residenti nei villaggi che si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Quindi, in base alle cifre turche, le vittime attribuibili al Pkk in quel periodo sono fra un terzo e un quarto del totale. Questo non lo dico certo per difendere il Pkk, ma per sottolineare che quello che è di solito considerato come il “cattivo”, in questa storia risulta essere meno “cattivo”, quanto meno statisticamente, dei “buoni”. Insomma, la favola del lupo e dei tre porcellini non regge.
Ora, di queste cose io e Marta abbiamo ampiamente discusso in altre sedi, e ogni volta ho la netta impressione di toccare un nervo scoperto. Il che non vuol dire che Marta sia una kemal-leghista, come viene definita con spregio da Giuseppe. Peraltro, se fosse leghista sarebbe anche separatista, quindi non vedo francamente che c’entri la Lega in tutto questo. Però c’è senz’altro qualcosa di irrisolto.
Detto questo, diamo a Cesare quel che è di Cesare, e riportiamo un altro brano che dimostra lo sforzo costante che fa Marta per non dare una visione manicheista (appunto, porcellini e lupo cattivo) delle cose:
La grande tregua unilaterale dichiarata dopo l’arresto del leader del Pkk Abdullah Öcalan nel 2002, è finita nel 2004. Dall’altra parte, però, ci sono torture e persecuzioni. Da anni le organizzazioni umanitarie, fra cui Amnesty International hanno denunciato la sistematica violazione dei diritti umani da parte del governo di Ankara ai danni delle popolazioni che vivono nel Sud-Est del Paese. Nell’ottobre 2006, l’esecutivo guidato da Recep Tayyip Erdogan ha respinto l’appello alla tregua lanciato dal leader dei separatisti curdi Abdullah Öcalan, che dal carcere aveva esortato i ribelli a deporre le armi e ad abbandonare la lotta armata contro le forze di Ankara.
Ora, sorvoliamo sul fatto che il Pkk non è più separatista da mo’, e, per scongiurare l’ennesima accusa di pregiudizio negativo nei confronti di Erdogan, torniamo un attimo indietro, a:
Il governo di Recep Tayyip Erdogan ha cercato di fronteggiare la situazione, a tratti coraggiosamente, creandosi anche un buon serbatoio di voti. L’esecutivo islamico-moderato ha portato un filo di speranza nelle relazioni fra minoranza curda (…) e lo Stato turco.
Bene, ora che vi ho definitivamente rovinato le vacanze, e che si son fatte quasi le due e mezza di notte, posso anche andare a dormire. Pensando magari alla mia amica Günes, una dei giornalisti arrestati qualche giorno fa. A proposito di fili, di ragnatele di speranza soffiate via da quel maledetto colpo di vento che spira sempre nella direzione sbagliata.
Auguro comunque a entrambi uno spettacolare 2012. E, per cambiare, l’augurio lo rubo agli irlandesi: che il meglio di quest’anno sia il peggio del prossimo! Che poi tanto comunque sarà l’ultimo, quindi chi se ne frega.


preciso che sono giornalista anche io e che in Turchia sono regolarmente accreditato come tale.
per il resto, a me non sembra che sia stata dimostrata l’infondatezza di alcunche’: del resto, piu’ che la logica mi sembra che prevalgano i (buoni) ‘sentimenti’
Grazie della precisazione. Adesso però vorrei capire dove prevalgono i buoni sentimenti. Una cosa del genere a me non l’ha mai detta nessuno. Anzi, ero rimasta a “Tu sei una donna fredda”.